ottobre 28 2007

L’inutile ministero delle pari opportunità

Quando cuciniamo gli spaghetti per la cena facciamo un lavoro il cui valore non viene incluso nel conteggio del prodotto interno lordo. Se, invece di cucinare andassimo a mangiare gli spaghetti al ristorante, il lavoro di chi li prepara e di chi li serve sarebbe incluso nel pil. Lo stesso accade per la pulizia della casa, per la cura dei bambini e degli anziani e per tutti gli altri beni che la famiglia produce e che, se acquistati al mercato, aumenterebbero il pil. Non dovremmo forse chiederci se questo lavoro sommerso abbia dei costi e che significhi questo per il mercato del lavoro e per la struttura del welfare? Pare superfluo parlare di un’ipotetica parità di diritti fra uomo e donna nel mercato del lavoro perché il mondo femminile risente di una situazione in cui la donna è costantemente impegnata in una sorta di lavoro nero che le impedisce di inserirsi nella logica del mercato perché occupata in casa. Quote rosa, poche donne che occupano posti da dirigente, poche donne che lavorano rispetto al resto d’Europa, sono la logica conseguenza del fatto che in Italia, più che altrove, la donna occupa un ruolo di primo piano, ma lo fa stando nascosta fra le mura domestiche. Mi chiedo quanto questo sfruttamento sia genetico e culturale, quanto piaccia alle donne o quanto invece le donne siano costrette a questo ruolo dal maggior potere contrattuale degli uomini. Le carriere in gonnella rendono di meno, sono più frammentate e finiscono prima per colpa delle responsabilità familiari. Senza contare che, nel settore privato, si preferisce sempre assumere un uomo perché una donna, fra maternità e malattie dei figli, finisce col trasformarsi in una specie di cambiale in protesto. L’ho sperimentato di persona quando, dopo essere stata segnalata per merito dall’università e da una commissione ospedaliera e dopo avere sostenuto brillantemente un colloquio per un posto da dirigente in un laboratorio di analisi, mi sono vista chiudere la porta in faccia per il fatto di essere donna. Questa situazione è inevitabile e lo sarà fino a quando anche gli uomini impareranno a fare figli per godere di sei mesi di maternità pagata. E’ una questione biologica. Pensatevi per un momento nei panni del proprietario di una piccola azienda. Potendo scegliere, assumereste una ragazza sapendo che, quasi certamente, vi costerà tantissimo dato che, a causa della maternità, la dovrete più volte sostituire con qualcun altro e che dovrete pagare doppio stipendio e doppi contributi? Solo un pazzo lo farebbe, dato che in una piccola azienda il proprietario tira fuori i soldi di tasca propria e spesso già fatica a tirare avanti. Diverso è nel settore pubblico dove tanto paga Pantalone, ossia la comunità, e qui certe sottigliezze non le guarda nessuno. Che senso ha l’esistenza di un ministro delle pari opportunità con questi presupposti? Nessuno, ecco perché oggi, a dieci anni di distanza dalla sua istituzione, dico che sarebbe ora e tempo di eliminare questa figura, perché tanto sono le logiche del mercato che finiranno per prevalere. Potrà forse un tale ministero rendere la donna biologicamente uguale all’uomo o costringere le imprese private ad assumere donne a loro svantaggio?

 

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Posted 28 ottobre 2007 by paolasirigu in category "Scritti Corsari 2.0