gennaio 12 2017

Paganelli di lusso

Una foto pubblicata da Paola Sirigu (@giacomaleoparda) in data:

Quando ero bambina ero solita improvvisarmi pescatrice e, con un manico di scopa, un filo e un amo, creavo una rudimentale canna da pesca e saltavo di barca in barca per pescare paganelli, altrimenti detti ghiozzi, “gò”, in dialetto veneziano. Dovevo però munirmi di esche grazie a un retino da pesca che infilavo nell’acqua sotto riva e che in un battibaleno si riempiva di “anguee”. Quando ti affacciavi da una riva, soprattutto nei pressi delle bricoe, ma anche presso i pontili dei vaporetti o vicino alle barche, potevi vedere interi banchi di questi piccoli pesci luccicanti che sembravano fermi e che, invece, erano in continuo movimento controcorrente. Da tempo, oramai, questi pesciolini argentati in laguna non si vedono più, forse hanno preferito emigrare verso acque più pulite o forse si sono estinte a causa della diossina o dei metalli pesanti di Porto Marghera.
Qualche volta pescavo le anguee con un verme trovato sotto terra nel campo del cimitero: infilavo il verme sull’amo lasciandolo pendere nella sua lunghezza e l’anguea, essendo molto vorace, inghiottiva una buona parte del verme restando in questo modo ingozzata. Dunque, munita dell’occorrente, saltavo su una barca, infilavo un’anguea nell’amo e oplà, un gò e un altro gò. Tanti gò! Un tempo i paganelli erano pesci poco pregiati, acquistati solo da chi era povero o erano pescati nei canali dai bimbi e trasformati in cibo per gatti. Addirittura quando andavi in pescheria a Rialto ogni pescatore aveva l’abitudine, finita la spesa, di regalare qualche paganello o un cartoccio di anguee per i gatti. Per ringraziare di essere un cliente affezionato “el pescaor te dava quatro manàe de anguee e de gò”. Li regalavano, capite?
Accade sempre così e non solo per una questione economica: così è stato per il lardo, un tempo prerogativa dei poveri e ora trasformato nella griffe “colonnata”, è successo al formaggio di fossa per non parlare dell’aceto balsamico o delle alici di Cetara. Nel novero degli ex poveri oggi collochiamo anche le anguee e i paganelli. Le anguee sono diventate le regine delle fritture e i paganelli i re dei risotti. Provate ad andare in un ristorante: già trovare i paganelli è una rarità, ma se avrete la fortuna di trovarli li pagherete molto cari. Mia nonna materna mi raccontava che, quando i tempi erano duri, abbrustoliva un’aringa e la metteva al centro della tavola per essere strofinata da tutti con un pezzo di polenta. Anche le aringhe sono diventate famose. Una delle ragioni di questo cambiamento è la loro drastica riduzione numerica. C’è ancora però chi li guarda snobbandoli in virtù del loro poco nobile passato. Per me, invece, le anguee e i gò continuano a essere più preziosi delle aragoste, non perché sono specie in via di estinzione, ma perché mi parlano di una laguna che d’estate sapeva di mare e che d’inverno mostrava un’acqua così limpida che potevi vedere la sagoma dei passarini sui fondali. Sono preziosi perché evocano il ricordo dei batei che prendevano il largo con un solo remo e una forcola a poppa e tornavano carichi di moeche e masanete che mangiavamo lessate e condite con prezzemolo e aglio. Ecco dunque che, dietro alle anguee e ai paganelli, vi è tutto un mondo che racchiude il cuore di una città straordinaria così come l’ho vissuta, senza motori, senza moto ondoso e senza inquinamento. E’ questa la Serenissima che ho nel cuore.

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Posted 12 gennaio 2017 by paolasirigu in category "Luoghi", "Scatti

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