gennaio 26 2010

Le guerre sono inevitabili

Per eliminare i conflitti occorrerebbe rendere gli uomini tutti uguali. Non basterebbe, infatti, l’esistenza di una giustizia che desse a ciascuno quello che si merita, quello che si è guadagnato o quello che gli serve per una dignitosa sopravvivenza, perché per sua natura l’uomo crede sempre di meritare di più. Molti hanno provato, e continuano a provare, a rendere gli uomini tutti uguali nonostante questa idea si sia dimostrata storicamente fallimentare. Senza scomodare i massimi sistemi, si può facilmente comprendere la pericolosità di una tale situazione. Continue reading

novembre 9 2009

Vent’anni dopo la caduta del muro

A vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, abbiamo tutti maturato la consapevolezza che certi muri devono cadere, ma è sempe così? Una società moderna, complessa e differenziata, gode di libertà e uguaglianza quando l’agire di una istituzione non invade la sfera di autonomia di un’altra. Oggi troppo spesso assistiamo a una grande confusione di ruoli in tutti i campi. I magistrati che fanno politica hanno destabilizzato la separazione dei poteri che sta alla base di ogni democrazia. E’ sotto ai nostri occhi anche cosa succede quando la Chiesa interferisce con le questioni dello Stato che, per sua natura costituzionale, dev’essere laico. Stessa cosa si può osservare anche nell’ambito del ruolo spettante al privato cittadino che spesso scambia il concetto di collaborazione con la confusione di ruoli: la mamma deve fare la mamma e non l’insegnante, l’insegnante deve fare l’insegnante e non la mamma e il medico deve fare il medico e non il paziente perché ogni ingerenza di una categoria nella sfera dell’altra genera confusione e fraintendimenti. Sappiamo bene che succede quando la mamma critica l’insegnante mostrando di volerne prendere il posto o quando il paziente critica il medico: si genera confusione di parole, di idee e di termini che ostacolano l’operatività e il buon funzionamento delle cose. L’arte liberale della separazione serve a impedire che un unico criterio distributivo possa essere utilizzato per beni sociali radicalmente diversi facendo così un uso improprio dei diversi poteri e, dunque, della democrazia. Quanto questo sia lontano dallo spirito della politica italiana e dal vivere civile del cittadino è sotto gli occhi di tutti: quando Stato e Chiesa invadono le reciproche sfere d’azione, nascono politiche non liberali, come quelle che impongono ai singoli cittadini come devono vivere, come si devono curare e come devono morire. Il principio delle divisione e del bilanciamento dei ruoli è, dunque, una delle scoperte più importanti del pensiero liberale occidentale. Non comprenderlo significa non comprendere neppure cosa sia la democrazia. Non inganniamoci, dunque, sul significato generico della caduta di muri. Spesso è bene che, pur nella difesa del più ampio spirito collaborativo, questi muri restino eretti e si ergano ben alti verso lo spirito della democrazia liberale.

giugno 17 2009

L’ipocrisia dell’integrazione

Il concetto di integrazione esprime un’idea difficile da applicare agli esseri umani che riescono a integrarsi fra loro solo perché plasmati dall’eredità bioculturale e dalla pressione educativa ricevuta fin dalla nascita. E’ impossibile cercare di applicare un generico concetto di integrazione ai popoli, tanto più quando appartengono ad una religione diversa, carica di significati e di valori incompatibili. Per questo una vera integrazione sarebbe possibile solo fra popoli laici, ma nella realtà attuale è un problema irrisolvibile. In queste condizioni il ruolo della politica è fondamentale. Nei paesi come la Germania, dove l’immigrazione è controllata e dove vi è attenzione reale sul problema, fluiscono soggetti con maggiore capacità di integrarsi perché selezionati naturalmente dalla richiesta del mercato del lavoro. L’ottusità presuntuosa della politica italiana favorisce invece un’immigrazione incontrollata. Invece che formalizzare leggi atte a controllare il fenomeno, si è costruito intorno ad esso una rete di parassitismo dai costi sociali immensi e dalla ricaduta bassissima. Non si conta il numero di progetti e iniziative finanziate da enti locali, ministeri, comuni, regioni, governi e comunità europea che vedono, accanto al flusso degli immigrati, un flusso migratorio di denaro pubblico nelle tasche di migliaia di persone che sfruttano la situazione. Tutto questo giova al potere economico e a quello politico, senza distinzione tra quello di destra e quelo di sinistra. La destra pensa di attingere voti facendo leva sull’esasperazione della gente residente, la sinistra guarda a un possibile enorme bacino elettorale formato da extracomunitari. Così tutti vogliono spacciare per integrazione e far passare per normale, etico, legale e ammissibile il fatto che le periferie delle città brulichino di immondezzai trasformati in abitazioni o che le panchine delle piazze diventino salotti di gente ubriaca e drogata che dorme per terra ed usa le fontane pubbliche come doccia o, ancora, che le strade brulichino di puttane extracomunitarie e romene. Si vuole anche spacciare per integrazione il trasferimento di migliaia di euro che provengono dalle tasche dei cittadini verso quelle dei Rom per vedere, in cambio, le proprie case sventrate dai furti. Intanto gli zingari entrano gratis in piscina accompagnati dall’assistente sociale, hanno mense scolastiche e libri gratuiti per i figli e sussidi di ogni genere. Potrebbe anche andar bene, se non fosse che la gente onesta che vive, lavora e magari non arriva alla fine del mese perché percepisce uno stipendio da fame o una pensione da fame, debba farsi carico di mantenere chi vive da parassita. E che dire della gente che è dovuta scappare svendendo le case perché ha visto il proprio quartiere trasformarsi in un centro di smistamento droga? E dei senegalesi che, con la benedizione della legge, vendono merce contraffatta quando i piccoli negozianti sono asfissiati dalle tasse? Per quale recondito motivo un negoziante dovrebbe vendere borse e pagare un mare di tasse quando un senegalese, con un tappeto steso accanto al suo negozio, può vendere borse senza pagare un euro? E’ forse integrazione quest’ipocrisia di accogliere gli immigrati per farli delinquere e per farli odiare dai residenti locali? E’ integrazione prendere l’autobus senza pagare il biglietto? E’ integrazione avere le strade invase da puttane russe e romene? Questo non solo è l’emblema di ciò che diventerà ogni società accordando l’ospitalità senza verificare l’adesione ai valori fondanti della civiltà dei paesi ospitanti, ma dà anche risposta al proliferare di fenomeni di intolleranza da parte dei cittadini residenti che devono subire tutto questo. Il tasso di criminalità degli immigrati irregolari è altissimo, tuttavia vi è un’odiosa strumentalizzazione politica che si esplica nel tentativo di far passare per razzisti coloro che si battono per il controllo dell’immigrazione irregolare. Evidentemente la xenofobia non si fonda affatto su pregiudizi e coloro che fanno propria questa strumentalizzazione dovrebbero farsi un esame di coscienza circa l’inefficienza del sistema che propongono. In definitiva, in Italia il concetto di integrazione è un’ipocrisia che maschera potenti interessi. Quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi, c’è da meravigliarsi che la corruzione si estenda a tutto, e che regni l’anarchia perfino nelle stalle?

 

giugno 12 2009

La giustizia fa schifo

Quando si parla di giustizia si evoca spesso il principio della certezza della pena, però prima ci si potrebbe chiedere se esiste la certezza del processo penale. Perché? In media un processo penale dura 10 anni, se invece sono previsti più capi di imputazione e molti imputati, anche di più. Diciamo che circa il 70% dei processi che vengono portati a giudizio ha una durata massima di prescrizione di sette anni e mezzo. Questo significa che tutta la macchina giudiziaria lavora per la prescrizione. Un imputato che ha soldi e quindi la possibilità di resistere in giudizio, è inutile che acceda a riti abbreviati o patteggiamenti se, andando in dibattimento, può vedere il suo processo evaporare a norma di legge! E poi notifiche sbagliate, abbondanti possibilità di rinvio, impugnazioni automatiche fino alla Cassazione, un giudice del collegio che cambia in corso d’opera e quindi si ricomincia da principio.
E intanto il tempo passa.
L’eccessiva durata del processo è una violazione dell’art. 6 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo e l’Italia è il primo Stato nella graduatoria delle condanne inflitte dalla Corte europea di Strasburgo: per queste condanne l’Italia ha pagato e continua a pagare centinaia di milioni di euro. Esaminando la realtà, si assiste ad un desolante quadro di ingiustizie perpetrato ai danni dei cittadini onesti e ad una diffusa tendenza a lasciare impunite azioni criminali a causa del ristagno rovinoso di un sistema giudiziario intoccabile che non dà risposta al bisogno di giustizia che è fondamentale tutela dei diritti della cittadinanza. Basti pensare a come è strutturato in Italia un processo penale. Il procedimento penale inizia con la notizia di reato che può arrivare al Procuratore o tramite Polizia Giudiziaria o tramite querela o esposto da parte di privati cittadini. Dal momento in cui la persona indagata viene iscritta al registro delle notizie di reato, il Pubblico Ministero ha un termine massimo per svolgere le indagini che varia da sei mesi a un anno per i reati più gravi. Tale termine può essere prorogato se le indagini risultano essere particolarmente complesse. Il termine massimo è comunque di 18 mesi o di 2 anni se i reati sono di particolare gravità. Terminate le indagini il procedimento può avere due diversi ed opposti sbocchi:
1) il Pm non ritiene di aver raggiunto sufficienti prove per sostenere l’accusa in giudizio e quindi chiede l’archiviazione del procedimento al GIP che può concordare e quindi disporre l’archiviazione o rimandare al PM per nuove indagini, soprattutto se la parte offesa dal reato esercita il diritto ad opporsi all’archiviazione;
2) il Pm ritiene di avere sufficienti elementi per sostenere l’accusa in giudizio e chiede al GIP il rinvio a giudizio. Se il procedimento è per reati meno gravi e di competenza del giudice monocratico, il giudice emana il decreto che dispone il giudizio e allora il processo comincia. Se, invece, si procede per reati più gravi di competenza del giudice collegiale, il GIP fissa l’udienza preliminare che si svolge davanti all’omonimo giudice (GUP) diverso dal primo perchè non deve già conoscere gli atti del procedimento. Nell’udienza preliminare il Pm presenta le prove assunte che ritiene utili e sufficienti a sostenere l’accusa in giudizio, la difesa può opporsi. Il GUP valuta, non l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato, ma solo l’idoneità delle prove raccolte dall’accusa per sostenere il processo con ragionevoli probabilità di giungere alla condanna. Se il GUP non ritiene gli elementi di prove sufficienti pronuncia sentenza di non luogo a procedere. Se invece, come quasi sempre accade, ritiene che il Pm abbia sufficienti elementi per sostenere l’accusa in giudizio, fissa l’udienza di inizio del dibattimento davanti al collegio competente. Durante l’udienza preliminare l’imputato può anche chiedere di essere ammesso a riti alternativi al dibattimento quali il patteggiamento o il rito abbreviato. Solo a questo punto comincia il processo vero e proprio.
Le due parti (accusa e difesa) devono presentare le liste di testimoni almeno 7 giorni prima del processo a pena la decadenza. Altri testi potranno essere citati nel corso del dibattimento solo a prova contraria su circostanze specifiche sulle quali vengono citati testi di controparte o al termine del dibattimento se il giudice li ritiene fondamentali per la formazione del suo convincimento. Il dibattimento si apre con la verifica della regolare costituzione in giudizio delle parti (Pm, difesa e parti offese) e le altre eventuali questioni preliminari (competenza dei giudici etc). Quindi si apre il dibattimento e si procede alla formazione del fascicolo del dibattimento. Infatti il collegio per legge non deve conoscere nulla degli atti di indagine del procedimento. Nel fascicolo del dibattimento (ovvero del collegio) entreranno quindi per legge solo gli atti irripetibili (perquisizioni, sequestri, udienze di incidente probatorio) e quelli provenienti dalle parti sui quali ci sia il consenso di controparte. Quindi si inizia sentendo i testimoni dell’accusa, poi quelli della difesa, ed infine, se vogliono, gli imputati. Al termine del dibattimento il giudice (collegiale o monocratico) pronuncia sentenza di assoluzione o colpevolezza dell’imputato. Sulla sentenza di primo grado può essere presentato ricorso alla Corte di Appello e sulla sentenza di questa ricorso per Cassazione. Accade così che, tra processi, appelli e ricorsi, un processo possa durare anni. In molti civilissimi paesi, come la Svizzera, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, non ci pensano nemmeno a fare tanti processi: uno basta e avanza e solo in alcuni casi c’è la possibilità di un ricorso all’equivalente della nostra Cassazione. Il fatto che i gradi di giudizio siano 3 non significa che i processi sono 3; possono essere di più, anche assai di più. Può avvenire infatti che la Cassazione ravvisi una nullità nel processo di 1° grado (Tribunale) o in quello di 2° grado (Appello); in questi casi il processo deve essere rifatto lì dove è stata commessa la nullità e poi, naturalmente, nuovamente riesaminato nei gradi di giudizio successivi. Nel caso di Adriano Sofri sono stati fatti più di 15 processi. In realtà poi i gradi di giudizio non sono 3 ma 4: esiste infatti l’udienza preliminare nella quale si valuta si ci sono prove sufficienti per fare un processo. E’una cosa un po’difficile da capire: uno pensa che se polizia, carabinieri, guardia di finanza e pubblico ministero hanno raccolto prove contro qualcuno, poi ci vuole un giudice per stabilire se queste prove sono valide e se questo qualcuno deve essere condannato oppure se è tutta fuffa e quel qualcuno è vittima di un complotto o di una serie di deficienti che hanno preso lucciole per lanterne. Invece no, da noi ci vuole un giudice (si chiama GUP, giudice dell’udienza preliminare) che stabilisce se è il caso che un altro giudice faccia un processo e valuti le prove; e come fa a stabilirlo? Beh, è ovvio, valuta le prove pure lui. E per farlo procede ad accertamenti vari, interrogatori, perizie, riconoscimenti di persona, insomma tutto quello che farà il secondo giudice, se il primo (il GUP) decide che si deve fare il processo. Insomma due processi uguali dove il primo serve per stabilire se si deve fare il secondo. La cosa fantastica è che il GUP, prima di mandare il fascicolo al giudice del dibattimento, dà ordine di buttare via tutto quello che è stato fatto fino ad allora in modo che questo giudice non sappia e non capisca niente di quello che è successo e debba ricominciare tutto da capo. Si chiama ”garanzia della terzietà del giudice del dibattimento”, che significa che si dovranno interrogare di nuovo tutti i testimoni, rifare tutte le perizie ecc. Prima dei processi c’è l’indagine: la fanno la polizia, i carabinieri, la guardia di finanza, le ASL, i VV.UU, le dogane, l’ufficio delle imposte, la guardia forestale, l’INPS ecc. e tutta questa gente manda il risultato dell’indagine al pubblico ministero. A lui arrivano anche le denuncie inviate direttamente dai cittadini che si ritengono vittime di reati. Il pubblico ministero guarda tutto, magari nel giro di un annetto o due, così è ovvio che si crea un po’ di arretrato, e poi fa altre indagini anche lui: interroga i testimoni, gli imputati, fa perizie, rogatorie, intercettazioni telefoniche ed ambientali e tante altre cose.
Questa non è giustizia, questa è AZIONE CRIMINALE LEGALIZZATA!

 

marzo 17 2009

Intellettuali di regime

Nessuna categoria è di regime come quella dei giornalisti. Non mi riferisco a questioni di politica interna dove oramai è ampiamente dimostrato quanto l’informazione sia corrotta, ma rivolgo l’attenzione a come si comportano i giornalisti nei confronti della storia. Nemmeno su un argomento tanto attuale e scottante come quello del conflitto arabo-palestinese l’informazione ha il coraggio di farsi portavoce dei fatti e si lascia piuttosto corrompere dal regime. Tutti gli uomini per natura tendono a persuadere, è vero, ma i giornalisti lo fanno per mestiere. Continue reading

marzo 11 2009

L’ora di tuttologia

C’è qualcosa di drammatico e di grottesco nell’idea delle funzioni che si sogna di affidare alla scuola di Stato! Dobbiamo a Rousseau l’origine di questa immane idiozia: date ai fanciulli dei bravi maestri e avrete il regno della bontà, dell’altruismo, del vivere civile. Una sciocchezza del genere da Rousseau mai me la sarei aspettata, ma a volte anche i grandi sbagliano. Sorgono difficoltà? Dov’è il problema? Basta inserire nella scuola delle apposite “ore di tuttologia” che educhino al bene i nuovi virgulti e tutto è risolto. Continue reading

marzo 6 2009

Come lo Stato compra l’inefficienza della scuola

E’ noto a tutti lo stato in cui versa la scuola pubblica: gli insegnanti sono sottopagati, mancano i soldi per la retribuzione delle supplenze, aumenta la precarizzazione del sistema cui si accompagna il taglio dei fondi destinati al suo funzionamento ordinario. C’è, quindi, una rifunzionalizzazione a basso costo della scuola, eppure di anno in anno ogni Ministro della Pubblica Istruzione si vanta di avere aumentato i finanziamenti. Questa contraddizione deriva dal fatto che tali finanziamenti non sono quelli destinati al funzionamento ordinario e strutturale della scuola, bensì sono quelli destinati ai fondi d’istituto. Continue reading

febbraio 10 2009

L’ipocrisia delle parole

Niente come la parola si presta bene a rappresentare il relativismo delle interpretazioni che l’uomo si dà del mondo reale. Si assiste continuamente a cambiamenti nel modo di descrivere cose, persone e situazioni, come se, attraverso le parole, si volesse cambiarne il contenuto. Ecco che i becchini sono diventati operatori ecologici, si è passati da negro a nero, da alcolizzato ad alcolista, da zoppo a diversamente abile e a scuola la ginnastica si è trasformata in scienze motorie. L’elenco sarebbe lungo. Continue reading

gennaio 22 2009

Che accadrà all’Italia?

Respirando il clima di federalismo, che a tratti assume la poco velata forma del secessionismo fra Nord e Sud, penso a quanto precario sia il destino degli Stati e, soprattutto, penso a quanto fortuita sia la loro nascita, quasi sempre dettata dagli interessi del potere più che a quelli del popolo. Tema affascinante e terribile quello degli Stati che vanno in cenere. Salvatore Satta, dopo il collasso italiano dell’8 settembre del ’43, scrisse che lo sfascio di uno Stato è l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita di un individuo. E aveva ragione. Continue reading

gennaio 1 2009

L’ora delle streghe

E’ iniziato l’anno nuovo e per molti è tempo di consultare oroscopi e di prestare ascolto alle profezie. Per costoro il procedere degli eventi è qualcosa che credono di subire passivamente e questo modo di concepire le cose dimostra che vi è molta confusione fra profezie e previsioni. Conoscere la traiettoria che seguirà un missile inviato nello spazio, ipotizzare che accade al Cern dove si studia il bosone di Higgs o affermare che modificando in un certo modo il DNA si può evitare una malattia, non implica fare profezie ma previsioni. Continue reading

dicembre 23 2008

A Verona la Sacra Famiglia ha la pelle scura

Ho appreso dal telegiornale di ieri che l’amministrazione comunale di Verona ha allestito il suo presepe dentro l’arena; cosa normale, non fosse per il fatto che la sacra famiglia veronese ha la pelle scuretta. Ce ne siamo accorti tutti da tempo, le istituzioni stanno minando la nostra identità per colpa di un quotidiano omaggio a un multiculturalismo peloso e irrispettoso dei valori di uguaglianza e libertà. I politici hanno ridotto l’identità dell’Occidente a un feticcio con la compiacenza di cente frange della sinistra e di una scuola politicizzata. Continue reading

ottobre 28 2007

L’inutile ministero delle pari opportunità

Quando cuciniamo gli spaghetti per la cena facciamo un lavoro il cui valore non viene incluso nel conteggio del prodotto interno lordo. Se, invece di cucinare andassimo a mangiare gli spaghetti al ristorante, il lavoro di chi li prepara e di chi li serve sarebbe incluso nel pil. Lo stesso accade per la pulizia della casa, per la cura dei bambini e degli anziani e per tutti gli altri beni che la famiglia produce e che, se acquistati al mercato, aumenterebbero il pil. Non dovremmo forse chiederci se questo lavoro sommerso abbia dei costi e che significhi questo per il mercato del lavoro e per la struttura del welfare? Continue reading